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La guerra a Settecamini

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Gli anni terribili dal 1940 al 1945.

Gli anziani di Settecamini ricordano molto bene la presenza dei soldati tedeschi nella Borgata ed hanno saputo tramandare ai più giovani, nati dopo la guerra, quei terribili anni, prima con l’occupazione tedesca, poi con l’arrivo delle truppe americane e dei marocchini, con bombardamenti, stupri e violenze di ogni genere.

Occorre fare una premessa, come gli italiani si cacciarono in quel baratro. Determinante è il racconto del Vice Parroco, Don Giovanni Rutigliano, dal suo diario, riportato nel libro della Parrocchia (di Vasti-Ilari):

“10 giugno 1940 data memoranda: il discorso di Mussolini e la dichiarazione di guerra. Il Camerlengo dei Parroci, il Parroco di S.Lorenzo al Verano, la mattina mi comunica che dopo il discorso di Mussolini non dovevano suonarsi le campane della chiesa. Comunico così a Don Domenico (Bertrandi). Al pomeriggio si allontana per la campagna (andrà da Colangeli che abitava lungo la Via Tiburtina di fronte al bivio con Via di Marco Simone).

Nel frattempo io ascolto il discorso di Mussolini. Dopo i gerarchi fascisti chiedono il permesso di suonare le campane. Il permesso non lo hanno. Insistono. Dopo vari dinieghi irrompono nella chiesa e suonano le campane. All’indomani protesto dinanzi al Segretario politico, dottor Pasquale Passamacchia. Ed egli mi dice: Le potevano fare del male, hanno notato il suo atteggiamento pensieroso, non accondiscendente per il suono delle campane, io l’ho salvata. E gli rispondo: come potevo esser lieto se conosco bene le conseguenze della prima guerra 1915-1918? Conosco bene i dolori e le privazioni subite….. Durante la guerra il Parroco ebbe a soffrire anche umiliazioni da parte dei tedeschi. Fu costretto alle volte, mi diceva, a pulir loro le scarpe per aver salva la vita. Conseguenza: indebolimento del cuore”.

Era solo l’inizio dello sprofondamento nel baratro della guerra. Da zona occupata dai tedeschi, dovemmo subire gli attacchi degli eserciti di liberazione, non affatto innocui….

Alla vigilia dello sbarco in Sicilia, il 9 luglio 1943, superando la debole resistenza di Mussolini, Hitler aveva già inviato in Italia un congruo numero di truppe, agli ordini del Feldmaresciallo Kesserling.

Nel territorio laziale era dislocata la X armata, comandata da Generale Von Vietinghoff, che teneva il fronte Sud con tre divisioni di fanteria della XIV corpo di armata e tre divisioni di fanteria della LXXVI corpo di armata.

Nel circondario di Roma c’erano un FLIEGERKORPS formato dalla 1^ e 2^ Divisione paracadutisti; a Settecamini, in particolare, era presente la 2^ divisione paracadutisti e la 3^ divisione Panzer Grenadieren.

A Roma si escludeva il bombardamento della città da parte degli anglo-americani, come supponevano il Governatore Principe Gian Giacomo Borghese ed il Prefetto Manlio Presti; per questo non attrezzarono nuovi rifugi antiaereo e non adeguarono quelli esistenti. Quindi concentrarono le difese della Capitale dislocando nel circondario le forze disponibili.

Ma il bombardamento di S.Lorenzo del 19 luglio 1943 scombinò completamente i piani italo-tedeschi; per la cronaca l’operazione “Crosspoint”, dalle 11,03 alle 13,35 di quel giorno, causò tra i civili 3.000 morti e 11.000 feriti.

La difesa contraerea di Roma era affidata a batterie da 75 mm. risalenti alla prima guerra mondiale, con una gittata di 6.000 metri. Nel 1942 Mussolini chiese ad Hitler di intervenire in questo settore, per via della inadeguatezza dei mezzi italiani, nel frattempo quasi annientati dagli attacchi americani.

La Germania intervenne a Roma con 50 batterie di contraerea, chiamate FLAK (fiocco), in particolare l’ABTEILUNG (reparto) 851 (Sf), ORT (posto) Sette Camini (Roma).

La zona di Settecamini era quindi interessata alla difesa antiaerea, con le tipiche postazioni appositamente mimetizzate sotto gruppi di pini marittimi, presenti un po’ ovunque nella Campagna Romana. Uno di questi gruppi arborei si può ancora notare lungo la Palombarese, in prossimità dell’incrocio con Via di Marco Simone, nel limitrofo territorio del Comune di Guidonia-Montecelio.

Un’altra postazione è ricordata vicino l’attuale Via Monteflavio, vicino a Ferrero, lo stabilimento da anni abbandonato, che produceva pali e manufatti in cemento armato centrifugato.

Ma è il racconto di Alberto Agnoletto, classe 1938, che inquadra perfettamente il quadro della situazione. Allora viveva a casa del nonno Mariano Galeri, dove i tedeschi avevano installato la stazione radio; vicino c’erano i Petrucci e lì alcuni ricordano un carrarmato tedesco, lasciato verso il confine con il Lotto 12. I tedeschi in fuga lasciarono molte apparecchiature radio dal nonno e dai Petrucci.

I soldati erano alloggiati nelle scuole elementari che rimasero così chiuse, prima per 2 anni perché occupate dai soldati italiani, il 3° reggimento carristi, poi ancora un anno dai soldati tedeschi.

Appena arrivati i tedeschi a Settecamini, fecero subito il censimento degli abitanti, per scovare gli ebrei. Passarono con le auto ed i megafoni per avvisare tutti i cittadini di recarsi dietro il Fornaccio di Sagnotti; lì sulla loggetta del casale c’era il Prete, Don Domenico Bertrandi, che aveva l’elenco dei battezzati e chiamò ad uno ad uno tutti i presenti. I soldati erano disposti con i mitra spianati e con gli stessi spingevano le persone appena chiamate.

Alberto ricorda la batteria antiaerea tedesca, posizionata dietro la casa del nonno, nascosta con reti mimetiche, rette da pali di legno. In collegamento radio-telefono con questa batteria ce n’era un’altra nell’Allevamento Todini, posta sotto dei pini.

Un ufficiale tedesco, molto distinto e ben vestito, che chiamavano Zeis, rilevava le prove di tiro.

La mattina sparavano a salve dalle due postazioni, contemporaneamente; con l’incrocio dei tracciati fumosi, lasciati dai due proiettili-granate, stabilivano l’altezza dove sarebbero avvenute le deflagrazioni.

Le granate esplodevano a tempo, con orologeria meccanica, in pratica un timer, regolato con i secondi necessari alla esplosione in aria. Sulla testata della granata c’era il detonatore, munito di un “ombrellino” che si apriva controvento, sganciava un peso che faceva partire il timer.

Le munizioni dei tedeschi venivano dal Nord, attraverso la ferrovia e venivano scaricate alla Stazione di Salone, quindi caricate sui carretti trainati da muli e portate da Petrucci.

Da Petrucci, nella stalla, ricaricavano i bossoli delle granate esplose.

Il comando ed i soldati tedeschi erano dislocati un po’ ovunque a Settecamini, mischiati tra la popolazione quasi a farsene da scudo; sarebbero stati più vulnerabili se si fossero concentrati in un solo abitato. Per questo alcune famiglie erano state allontanate dalle proprie abitazioni oppure gli erano state requisite singole stanze o magazzini.

Al macellaio Angelo Iadeluca sequestrarono la macelleria, racconta la figlia Armandina, classe 1929, per ammazzarvi le mucche che sequestravano in zona. Dietro la casa, sotto una pergola d’uva, i soldati tedeschi mangiavano e stazionavano; cucinavano con una cucina da campo su ruote, posizionata lì. Il fumo della cucina attirò l’aviazione anglo-americana e la zona divenne bersaglio di mitragliamenti e bombardamenti aerei.

Avevano requisito anche una stanza nella casa del futuro suocero, Telemaco Fabrizi, in Via di Casal Bianco 126; avevano piazzato una mitragliatrice puntata verso la Tiburtina; allora la casa era piuttosto isolata e la visuale sulla consolare era perfetta; non c’erano fabbricati dietro, tranne la casa fronteggiante, delle Famiglie Casulli e Martinelli al civico 124, che in comune avevano la stradina di accesso.

Fabrizio, il figlio di Armandina, ricorda i racconti del padre che rimaneva affascinato da quei soldati tedeschi, intenti a lavarsi a torso nudo, anche in inverno, nella fontanella ancora antistante la Casa del Popolo.

Planimetria con la dislocazione del comando tedesco a Settecamini.

Lo stato maggiore era dislocato nell’edificio di proprietà della Signora Alberti, denominato “Monache”, chiamato così perché vi erano delle suore con l’asilo; le religiose, cacciate, non torneranno più a Settecamini.

I magazzini dei generi alimentari ed il macello erano stanziati nell’abitazione della Signora Alberti, posto verso Via di Salone, dalla quale era dovuta andar via, andando ad abitare a Roma, nell’appartamento di Via Ruggero Bonghi. La Signora Alberti, Edvige Capriotti, era rimasta vedova dal 1930 e viveva sola con la figlia Luigia, nata 4 giorni prima della morte del padre, come racconta il nipote Gabriele Di Gianvito.

Un ufficiale con il proprio ufficio stava nella casa di Augusto Di Gianvito, racconta la figlia Giovannina di 99 anni. Aveva occupato la camera da pranzo, al piano terra rialzato; ci dormiva e spesso veniva a trovarlo l’amante, una donna tedesca; nell’ufficio venivano anche altri ufficiali.

Molte ragazze, per paura dei soldati sia tedeschi che americani o marocchini, scapparono a Roma; Giovannina era andata vicino a S.Lorenzo ed il giorno del bombardamento gli cadde addosso la credenza; con il fratello scapparono e si rifugiarono nella Basilica di S.M.Maggiore.

Nella cava sotto casa si erano rifugiati degli sfollati di Cassino, che avevano trovato da lavorare in agricoltura con la famiglia. Una ragazza sfollata di 16 anni, molto bella, si affacciò da una finestra ed un marocchino gli sparò uccidendola all’istante.

Il 1944 fu un anno terribile, gli americani a Roma ed i tedeschi in fuga; c’era tanta fame, anche se in campagna non mancava da mangiare, ma bisognava comprare molte cose alla “borsa nera”: un fiasco d’olio costava 1.000 Lire; lo stipendio mensile era di 700 Lire nel 1940, riferito alla classe media!

Nell’edificio di Gianni Augusto e del cognato Evangelista Pietro, in Via Cossinia, era stato allestito un ospedale al primo piano.

Vittoria Evangelista racconta che sul tetto avevano disegnato la croce rossa e fuori, sul forno, avevano messo una bandiera bianca con la croce rossa. Benché l’ospedale sia stato segnalato, un aereo alleato sganciò comunque una bomba che prese in pieno l’edificio, dalla parte dello zio Gianni Agostino. Fortunatamente l’ordigno, lo chiamavano “spezzone”, non esplose, ma sfondò il tetto ed il primo solaio e rimase al piano terra. I tedeschi scapparono giù per le scale e lasciarono l’ospedale.

Quando i proprietari rientrarono nella propria abitazione trovarono molti attrezzi sanitari, come bisturi e forbici, lasciati dai sanitari tedeschi, furono un bel regalo per il futuro medico di quella famiglia: Gianni Paolo, classe 1924.

Oggi l’edificio ancora si può ammirare.

Il capitano medico si chiamava Karl MÜLLER, l’infermiere era un certo August che piangeva quando sentiva la sirena annunciare i bombardamenti, come ricorda Vittoria.

I soldati feriti venivano adagiati sui letti requisiti e su lettini militari da campo; i soldati feriti si lamentavano molto!

La mensa dei soldati tedeschi era dalla Famiglia Gaddi, su Via di Salone al Lotto n°9.

La famiglia di Vittoria Evangelista era rimasta lì, la mamma Artemisia cucinava nella casa, al piano terra, poi andavano a dormire nel rifugio sotto il fienile. Un giorno tutta la famiglia era intenta a mangiare un risotto fumante, quando arrivò un gruppo di soldati tedeschi affamati, urlavano “fame, fame” e scansarono tutta la famiglia dalla tavola; si sedettero, presero dello zucchero e lo misero sul risotto e mangiarono tutto.

Erano strani quei soldati incuranti del freddo che si lavavano a torso nudo, anche in inverno, nel fontanile dietro la stalla.

Per un periodo fu requisita anche la stalla, improvvisamente, mentre il papà Pietro stava mungendo le mucche: entrarono con i mitra spianati, urlavano in tedesco ma si capivano lo stesso, cacciarono fuori tutte le mucche che andarono per la campagna sottostante; Pietro prese un forte spavento che gli portò una aritmia e, pensando qualcosa al cuore si preoccupò molto e chiese aiuto al medico tedesco; questi lo visitò e lo tranquillizzò, era stata solo una grande paura!

Augusto Gianni, con tutta la famiglia, era stato ospitato nella casa di Domenico Gianni a Scorticabove, vicino S.Basilio, dove aveva un’ampia casa munita di ricovero antiaereo.

Poi c’erano i bombardamenti, anticipati dal volo di un aeroplanino leggero, chiamato “la cicogna”, che visionava il territorio da bombardare; passava talmente basso che la mamma Artemisia, da sotto un albero, lo voleva colpire con un bastone, il marito gli gridava di non gesticolare troppo, perché quelli sparavano anche a tutti quelli che vedevano in movimento, come successe ad Augusto, colpito da una bomba ad ombrello sganciata da un aereo alleato; del gruppo di uomini, sorpreso in un campo vicino Settecamini, solo Augusto si salvò, colpito da molte schegge che, per fortuna, non lesionarono nessun organo vitale; passò il resto della guerra nell’Ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina. Una scheggia di un centimetro gli uscì dalla schiena 30 anni dopo: un bel ricordino per i nipoti, a voler testimoniare e ricordare gli orrori della guerra.

I soldati tedeschi tagliavano gli alberi, anche quelli da frutta, per coprire e camuffare i camion, al fine di nasconderli agli aerei piccoli da ricognizione.

Una volta gli aerei alleati bombardarono il vicino bottino dell’Acqua Marcia, il cui tracciato era sopraelevato rispetto alle cave di pozzolana circostanti; saltarono “i sifoni” dell’acquedotto e fuoriuscì una quantità impressionante d’acqua. Le cave si allagarono tutte ed in mezzo c’era stato piantato il grano, poi raccolto in covoni che, con la tanta acqua, si misero a galleggiare e spostarsi; i soldati tedeschi cominciarono a sparare all’impazzata perché credettero che dentro i covoni ci fosse nascosto qualche nemico.

L’acqua fuoriuscita dall’acquedotto invase anche tutti i rifugi ricavati nelle pareti della cava.

Molti furono i casi di donne uccise dai soldati sia tedeschi che americani o marocchini: la moglie di Silvio il cantoniere di Via di Salone, una donna della famiglia Penna ed una in Borgata. Per questo molte ragazze si erano trasferite dai parenti a Roma!

Vittoria Evangelista ricorda molto bene coloro che venivano da Roma per racimolare qualcosa da mangiare; è la vicenda del Dottor Laneri, che diventerà poi medico delle famiglie Evangelista e Gianni.

Il Dottor Laneri venne a Settecamini con uno zaino militare, perché era un tenente medico; si diresse nei terreni di Augusto e Pietro, quando vide dell’erba medica tagliata ed ammucchiata, da dare da mangiare alle bestie, ne prese tanta e la ficcò velocemente nello zaino. Augusto si accorse del “furto” ed avvisò l’incauto dottore che quell’erba era per le mucche e non per gli uomini. Accompagnarono il Dottor Laneri nell’orto e lì fece scorta di tutto ciò di cui aveva bisogno.

Il Dottore tornò ancora e diventò, oltre che medico di famiglia, grande amico di tutti. Abitava nei pressi di Piazza Bologna, dove aveva anche lo studio di radiologo. Qualche volta veniva accompagnato dall’Ingegner Pannella, suo vicino di casa, che aveva un’auto, rara per quell’epoca. L’Ingegner Pannella portava anche il proprio figlio Giacinto, detto Marco, il futuro leader dei Radicali.

Nelle campagne limitrofe a Settecamini c’era più tranquillità. Erano diverse le aziende agricole dove vivevano i proprietari con tutte le maestranze. Un ricordo spensierato in una di quelle aziende, in quegli anni, è della Signora Franca Gianni, classe 1940. Era piccola durante la seconda guerra mondiale, ma ricorda molto bene lo scalpore e la paura per il bombardamento di S.Lorenzo.

Abitava a Cavallari con tutta la famiglia ed i parenti, a casa del nonno Pietro.

Ricorda i soldati tedeschi che giravano armati in zona.

Un giorno era fuori casa a giocare con gli altri bambini a campana, c’è chi aveva dei sandaletti, chi dei zoccoli e chi era scalzo; Franca aveva delle belle scarpette di cuoio. Arrivarono i soldati tedeschi e si misero a distribuire caramelle a tutti i bambini; quando fu il turno di Franca, un soldato gli rifiutò la caramella, indicandogli le belle scarpette, dicendogli: Tu sei capitalista!

Franca non capì, corse a casa piangendo dalla mamma, ripetendo: Mi ha detto capitalista!!!

Dietro la casa, vicino le vasche per lavare i panni, lo zio Eligio, che era ingegnere, aveva fatto scavare un tunnel nella pozzolana, da usare come ricovero antiaereo, così, quando suonavano le sirene, tutti scappavano a rifugiarvisi; tutti tranne il nonno Sabatino, che rimaneva seduto su di una poltrona, fuori la casa.

Le donne coltivavano gli orti e si era creato un buon rapporto con i tedeschi, che avevano stanziato un comando nel castello di Tor Cervara, di proprietà dei Di Cosimo.

In tutta l’azienda c’erano molte famiglie a lavorare, donne soprattutto, perché gli uomini erano in guerra; i pochi uomini che c’erano lavoravano con l’aratro, facevano le balle di fieno e tutti i lavori più faticosi; c’era il facocchio ovvero il fabbro che riparava i carri, il falegname e tutto ciò che si rompeva lo si riparava lì. C’era il forno per fare il pane.

Si raccoglievano le verdure, si lavavano alla fontana e, con i carri trainati da cavalli, si portavano a vendere al mercato.

Non si pativa la fame, però si era costretto a mangiare quello che la casa passava. A Roma soffrivano di più. Spesso venivano dai contadini degli ebrei da Roma, per chiedere verdure e cose da mangiare, non gli hanno mai negato niente, anche se si rischiava molto ad aiutare gli ebrei.

Rita Facioni era piccola durante la guerra, ma ricorda molto bene i soldati tedeschi che andavano per le case a cercare “signorine”. Alcune ragazze, per questo, vennero nascoste nei cassoni per l’acqua, disposti nell’edificio scolastico, proprio dietro casa sua; quando i genitori andarono a riprenderle, cessato il pericolo, due ragazze erano svenute per la paura e per la chiusura prolungata.

Aveva sentito dire di una mamma morta da Petrucci, per essersi opposta ai soldati tedeschi che volevano prendere le figlie.

I soldati tedeschi bussarono anche alla porta di casa Facioni, per cercare “signorine”; in casa c’erano tanti parenti che venivano da Tiburtino III, dove i bombardamenti gli avevano distrutto la casa; le ragazze erano tutte nascoste, così ai soldati risposero che non c’erano ragazze. A quel punto i militari chiesero un bicchiere d’acqua, nell’attesa videro sul muro degli scarafaggi, ce n’erano molti essendo la casa spesso disabitata, poiché gli abitanti si rifugiavano nelle grotte, che fungevano da ricoveri, scavate nelle pareti delle cave di pozzolana. I tedeschi non conoscevano i “bacarozzi”, non li avevano mai visti; chiesero cosa fossero e gli fu risposto che erano animali pericolosi: se pungevano causavano la morte! Così i soldati scapparono dalla casa.

I tedeschi, prima di ritirarsi e per bloccare l’avanzata americana, fecero saltare tre ponti sull’Aniene: quello di Via di Salone, di Lunghezza, che fu subito ricostruito in ferro e mai più sostituito, e quello di Tor Cervara, come precisa Augusto Petrucci.

Luigi Nardi ricorda il ponte di Via di Salone, parzialmente distrutto, con delle palanche che permettevano di passarci sopra, solo a piedi. Il ponte fu subito ricostruito.Luigiaveva 6 anni e ricorda bene le sirene, forse disposte nella Stazione dei Carabinieri, che avvisavano l’inizio dei bombardamenti, poi le corse nelle grotte adibite a rifugi. Queste grotte erano situate da Bonanni, nei terreni poco distanti dalle case, a Nord di Settecamini; erano state scavate nelle pareti delle cave di pozzolana. Anche suo padre Ercole le aveva scavate, una per la sua famiglia, una per quella dei Federici ed una per un’altra famiglia. Luigi ricorda gli spini che graffiavano le gambe durante la corsa verso la salvezza.

Con l’avanzata americana arrivarono anche i cannoneggiamenti, che colpirono Settecamini il 3, il 4 ed il 5 giugno del 1944.

Armandina Iadeluca racconta il bombardamento della mattina del 3 giugno, festa della Santissima Trinità, le corse nei rifugi nella cava di Bonanni e lo scampato pericolo.

Dopo le ricognizioni degli Spitfire inglesi, arrivavano i bombardamenti degli alleati, una bomba cadde sulla via di Settecamini, tra le case di Muzi Mariano e del padre Angelo Iadeluca; lo scoppio causò una enorme buca che prendeva tutta la strada e profonda oltre due metri; saltarono i tubi dell’acqua e si allagò tutto, sembrava un lago.

Le case non crollarono, ma i vetri andarono tutti in frantumi e si rilevarono lesioni sulle pareti del piano terra. Vennero coinvolte anche abitazioni vicine di Renzetti e di D’Angeli. Sganciarono 5 bombe da 5 quintali l’una; oltre quella esplosa sulla strada, un’altra cadde dietro la casa e fece lo stesso una grande buca nella campagna; un altro ordigno cadde in corrispondenza delle case popolari di Via Alfredo Buonaiuti, ma non esplose; 20 anni dopo, quando costruirono quelle case trovarono la bomba inesplosa e venne disinnescata.

Quel giorno i genitori erano già scappati nei rifugi presso l’ovile di Bonanni, quando Armandina e la sorella Letizia tornarono a casa per prendere le coperte per la notte, quando videro lo scempio causato dallo scoppio: l’enorme buca e la terra spostata e scaraventata sulla casa, arrivava a metà porta e, considerando che l’uscio era sopraelevato di tre gradini, l’altezza della terra spostata era quasi di due metri.

Mentre tornavano di corsa verso i rifugi, vennero mitragliate dagli aerei; insieme a loro scappavano anche i tedeschi che a piedi lasciarono Settecamini, diretti a Nord.

La descrizione di quei momenti è mirabilmente raccolta nel libro della Parrocchia (Vasti Ilari), il Parroco era Don Domenico Bertrandi: “Alcuni reparti alleati avevano avvistato degli automezzi tedeschi nei pressi della chiesa, i quali facevano parte di un contingente di truppe germaniche che presidiavano la zona; in seguito a ciò, la chiesa e la casa parrocchiale furono fatte segno di colpi di cannone e di mitraglia ed un soldato tedesco rimasto ucciso fu temporaneamente tumulato nell’orto della chiesa.

In quell’occasione Don Bertrandi, dopo aver esortato il vice parroco, la domestica ed i parrocchiani a porsi in salvo nelle grotte vicine, durante il bombardamento estrasse dal Tabernacolo le Sacre Specie e stette in preghiera dietro l’altare, rischiando di restare sepolto sotto le macerie.

L’azione bellica durò tre giorni, dal tre al cinque giugno; la chiesa e la casa parrocchiale ne risultarono gravemente danneggiate…. Fu necessario adattare a cappella il salone dell’ex Casa del Fascio, mentre il tetto della chiesa, parte del quale era crollata con il lato destro dell’edificio, veniva ricostruito.”

Ma il ricordo più sconvolgente, racconta Rita Facioni, fu il mitragliamento aereo dell’autobus 210, Settecamini-Portonaccio, diretto a Roma. Su quell’autobus c’erano tante donne di Settecamini; una cugina di Mario Cece, marito di Rita, morì sul colpo, aveva 16 anni; rimasero ferite, la sorella Franca, mamma di Paola Rovelli, Domenica Fioravanti, sposata con Angelo Troiani, e Teresa Tresoldi, sposata con Giulio Troiani.

Prosegue questo racconto Simonetta Troiani, figlia di Giulio, che riporta i racconti proprio della mamma Teresa Tresoldi.

Era il 18 maggio del 1944 e mamma Teresa, insieme a tante donne, viaggiava sull’autobus per Roma; doveva passare prima dal marito per portargli il pranzo e poi proseguiva per andare in ospedale. Accompagnava la cognata Domenica Fioravanti, moglie di Angelo Troiani, per andare in ospedale a trovare il nipotino Alberto ricoverato, perché aveva ingerito della soda. Nei pressi di Cavallari un aereo anglo-americano mitragliò l’autobus, ripetendo due volte il vile agguato.

La mamma Teresa si ritrovò con una gamba “penzoloni” e la ragazza di 16 anni morta che gli era caduta addosso, trafitta da un micidiale proiettile. A Teresa amputarono la gamba, sotto al ginocchio e passò il resto della vita con una protesi di legno. Il nipotino morì dopo due anni, vivendo con un tubicino in gola per l’alimentazione.

Giuseppina De Luca, 91 anni, ricorda il bombardamento della zona a Nord della chiesa, la casa della Famiglia Carboni venne centrata da uno “spezzone” che per fortuna non esplose; nell’edificio abitava la famiglia di Marcello Schiappacasse, allora bambino.

È proprio Marcello, oggi settantanovenne, che ricorda molto bene le corse, in braccio al padre, per raggiungere le grotte scavate nel tufo, presso l’ovile Bonanni, ad 800 metri da casa. Vi si radunavano diverse famiglie di Settecamini.

Un giorno una granata prese in pieno la casa dei Carboni che prese fuoco, andò tutto distrutto, tranne una radio, che si era salvata poiché era avvolta in una coperta; questo perché era vietato ascoltare la radio durante il periodo di guerra. La coperta si bruciò, ma la radio fu salva ed ora è un cimelio nella casa dei figli di Marcello: un ricordo di famiglia in un triste e drammatico momento.

Insieme ad altre famiglie di Settecamini, che avevano perso la casa, occuparono la Casa del Fascio, divenuta Casa del Popolo e sede del Partito Comunista.

Furono effettuati numerosi mitragliamenti da aeroplani alleati, poiché sapevano della presenza dei soldati tedeschi, che alle 17,00 uscivano per il rancio.

Allora Giuseppina abitava nella casetta di Via di Settecamini n°93.

Le scuole rimasero chiuse per 2 anni perché occupate dai soldati italiani, il 3° reggimento carristi, poi ancora un anno dai soldati tedeschi.

Accadde che, durante i bombardamenti, il Mutilato, ovvero Antonio Abbondanza, invalido della prima guerra mondiale e ridotto sulla sedia a rotelle, rimase in casa con la famiglia ed i vicini Caterina ed Angelo Pentassuglio; i tedeschi credettero fossero delle spie nemiche e li portarono tutti nella Casa del Fascio per essere fucilati. Fortunatamente i vicini di casa parlavano bene il tedesco perché migrati da giovanissimi in Germania e tornati in Italia nel 1920, attirati dalla richiesta di lavoro per la costruzione della Borgata Rurale di Settecamini. Con l’ausilio dei “traduttori” vennero tutti scagionati; Caterina, per questo, veniva chiamata “la tedesca”.

Alberto Agnoletto, classe 1938, è un valido testimone oculare, ricorda bene gli aerei americani che passavano su Via di Salone per andare a bombardare a Montecassino. Venivano da Nord, forse dall’Inghilterra, ed avevano come punto di riferimento il campanile della chiesa di Settecamini.

Quando ci fu il bombardamento di S.Lorenzo (19 luglio 1943), iniziarono a bombardare dalla Stazione di Salone, fino a S.Lorenzo, seguendo la ferrovia. Dei parenti che stavano al Quadraro confermarono dei bombardamenti anche sull’aeroporto di Centocelle.

Nella Stazione S.Lorenzo erano in sosta numerosi convogli carichi di munizioni ed esplosivi, viaggiavano solo di notte. Gli ordigni centrarono i treni con i loro carichi, dalle esplosioni si alzò un immenso polverone che oscurò l’aria e la vista ai bombardieri, che centrarono anche le case di S.Lorenzo, seminando 3000 morti.

In guerra non ci sono alleati, non ci sono bombe intelligenti, non ci sono vincitori; in guerra perdono tutti, soprattutto gli uomini inermi; su di loro si scatena la violenza umana.

È il caso delle truppe marocchine associate all’esercito francese, i cui generali diedero “carta bianca” ai Goumier, provenienti dal Marocco, di perpetrare stupri e violenze di ogni genere, dalla Sicilia fino alle porte di Firenze. Violenze che si accanirono soprattutto in Ciociaria, da cui il leggendario film “La Ciociara”, mirabilmente interpretato da Sofia Loren.

Nella foto un Gourmier che affila la baionetta.

Significativa è la testimonianza di Luigi Nardi, classe 1938 e testimone del mancato rapimento della madre Candida. Erano passati alcuni giorni da un terribile bombardamento a Settecamini, Luigi aveva 5 o 6 anni, ma ricorda bene quel gruppo di cinque o sei marocchini, alti e scuri di carnagione, che volevano prendere la mamma a tutti i costi.

Per fortuna era presente lo zio Elio, fratello della mamma, il quale cercò di dissuaderli; la mamma era sulla soglia di casa, situata al pianterreno, con il figlio più piccolo in braccio e Luigi davanti a lei. Lo zio continuava a dire “vedere donna sposata, vedere suoi bambini”; uno dei soldati tirò fuori un pistola e la puntò alla testa dello zio, che però non aveva smesso di persuaderli.

Un vicino di casa, Mario Margani, capì la situazione, inforcò la bicicletta per andare ad avvertire il papà di Luigi, che stava lavorando in un orto appena fuori Settecamini.

I soldati marocchini, intanto, erano sempre più infastiditi ed urlavano nella loro lingua incomprensibile. Lo zio, sempre con la pistola puntata alla testa, con estrema freddezza e sapendo che da una casa poco distante c’erano state delle ragazze poi fuggite via, indicò ai soldati “signorine, signorine”, indicando la loro casa ormai vuota.

I marocchini lasciarono in pace la mamma e lo zio di Luigi e si diressero verso quella casa indicata loro. Mamma scoppiò in un pianto liberatorio e, appena tornato il marito Ercole, urlò: Portami via, portami via”!

Con un cavallo ed un carretto prestato, la famiglia di Luigi, insieme alla Signora Margani ed i suoi figli, si trasferì a Roma, verso Piazzale delle Province, in un appartamento privo di ogni cosa.

Il carretto era stracolmo, pure i materassi vi erano stati caricati; c’era rimasto solo un posticino per il fratellino; Luigi percorse a piedi quel tragitto di 12 chilometri.

Lungo la Tiburtina, da Settecamini a S.Basilio, era un’ecatombe: uomini e cavalli morti, camion bruciati.

Luigi tornò a casa con lo zio Elio, in bicicletta e ricorda di vedere, per le strade di Settecamini, tante carte di caramelle e cioccolate; pensò: peccato che non ci sono stato, avrei mangiato i dolciumi anch’io!

I francesi vollero darci “una lezione” per l’aggressione italiana avvenuta allo scoppio della seconda guerra e per l’alleanza con Hitler; ma la lezione ricadde non sui “signori della guerra”, ma vigliaccamente, su inermi cittadini. Inviarono in Italia i Gourmier

Anche a Settecamini si è perpetrarono stupri e uccisioni da parte dei marocchini.

Stefania Casetti racconta questa storia di guerra, vissuta e tramandata dalla mamma, Secondina D’Angeli.

Era la notte di Natale del 1944 ed a casa del nonno Antonio si erano radunati molti parenti per la festa.

Bussarono alla porta due soldati marocchini e gli fu aperto; erano notevolmente ubriachi e volevano mangiare, gli fu dato del cibo ma volevano altro, forse le donne; un cugino di Antonio, Francesco Martinelli, si fece incontro ai due marocchini implorandoli di lasciare la casa, ma uno di quelli sparò un colpo di fucile che uccise all’istante Francesco Martinelli; il proiettile ferì lo zio Giuseppe ad una gamba e, proseguendo la traiettoria, si conficcò in una coscia di mamma Secondina.

Arrivò la polizia alleata, forse americani, che arrestarono il soldato marocchino ed accompagnarono i feriti in ospedale.

Ma violenze arrivarono anche da parte di soldati americani, è la storia accaduta a Santina Petrucci, di anni 97, e mirabilmente raccontata nel libro “Storie di donne Territori della memoria Settecamini”.

Nel libro Santina si fa chiamare Emilia, ma ora vuole divulgare volentieri la propria storia, affinché non si ripetano più gli errori ed orrori del passato.

Santina si era sposata prima della guerra, il marito era partito per il fronte, fatto prigioniero in Jugoslavia è stato portato nei campi di concentramento, dove è rimasto 2 anni.

La guerra era appena finita e la famiglia era rientrata in casa, tutta mal ridotta per via dei bombardamenti, mancavano porte e finestre.

Una sera stavano a cena, quando arrivano due soldati americani, vestiti da avanguardia, con la motocicletta. Si mettono a sedere, ma non vogliono ne mangiare ne bere.

Santina dormiva di sopra con la nonna e la mamma Domenica era nell’altra camera a mettere a letto l’altra figlioletta. I due soldati salirono sopra nelle camere, la mamma si accorse ed implorò le figlie di scappare dalla zia Flora, una sorella del padre. Le ragazzine tentarono di uscire, ma i due soldati si misero a sparare dalla loggetta; poi scesero sotto e puntarono la pistola alla testa del padre Antonio, con la solita richiesta: “vogliamo signorine”!

La mamma quando intese, o gli strilli delle figlie o l’avviso della nonna “guarda che ti portano vie le figlie!”, corse di sotto. L’americano, vedendo la donna all’improvviso, ebbe paura e, puntata l’arma verso la mamma, gli sparò.

I due soldati americani scapparono, quello che era rimasto sulla porta diceva: “Scappiamo che stanno arrivando gli ufficiali”.

Qualcuno a Settecamini diceva che erano stati i marocchini, ma erano proprio soldati americani.

Santina con la sorella ed un cugino soccorsero la mamma, la portarono a letto, faceva sangue da una parte, ma non sembrava grave.

Il padre era uscito fuori, passavano le ambulanze dei francesi, le fermarono e la portarono in ospedale, accompagnata dal marito.

Un ufficiale francese consigliò alle donne di andare via, perché stavano per arrivare i marocchini. Arrivarono pure le cugine, erano otto donne in tutto, ma non sapevano dove andare; la casa della zia Flora era stata bombardata e la scala per andare di sopra era inagibile. L’ufficiale francese prese una scala, fece salire le ragazze e tolse la scala, dicendo di non rispondere a nessuno fino all’indomani mattina. La notte passarono i marocchini e fecero un macello, ma noi ci salvammo tutte.

Partirono quindi per Roma e vi restarono 4 giorni; per strada, a Ponte Mammolo, incontrarono il papà e gli chiesero subito come stava la mamma; cercò di rassicurarle ma tutte avevano immaginato che era morta.

Fu uccisa anche un’altra donna, la moglie del cantoniere di Via di Salone, presso il fiume Aniene.

Questo articolo non si schiera con nessuno dei contendenti, ne dare un giudizio politico dei fatti, è solo un racconto dei fatti realmente accaduti e subiti dalla popolazione di Settecamini: un ricordo ed un monito per le generazioni future.

Questo articolo raccoglie le testimonianze dirette o raccontate in casa; storie vere, vissute a Settecamini. Un ringraziamento va a tutti coloro che hanno fornito informazioni utili per ricostruire quei drammatici momenti, in particolare:

– Giuseppina De Luca,

– Luigi Nardi,

– Augusto Petrucci

– Santina Petrucci

– Giovannina Di Gianvito

– Gabriele Di Gianvito

– Alberto Agnoletto

– Vittoria Evangelista

– Rita Facioni

– Simonetta Troiani

– Stefania Casetti

– Marcello Schiappacasse

– Armandina Iadeluca